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CAUTION CHILDREN AT JUMP ZONE

Olio su cartoncino applicato su tavola in legno scorrevole

Anno 2004  -  Formato 60 x 140 cm

In quest'opera il linguaggio della segnaletica industriale viene sottratto alla sua funzione originaria e trasformato in un dispositivo tragico. Il giallo saturo del cartello, universalmente associato all'allarme e alla prevenzione del pericolo, diventa qui una superficie ambigua, quasi ingannevole: ciò che dovrebbe proteggere finisce invece per occultare.

L'artista costruisce un'opera mobile, stratificata, in cui il gesto dello spettatore non è secondario ma necessario. Il pannello frontale scorrevole agisce come una soglia narrativa: abbassato, mostra la figura di un bambino colto dal basso mentre salta. L'immagine possiede inizialmente una leggerezza quasi ludica; il corpo sospeso suggerisce il gioco, l'infanzia, l'energia innocente del movimento. Il testo "CAUTION: CHILDREN AT JUMP ZONE" potrebbe appartenere a un luna park, a un parco giochi, a uno spazio protetto destinato al divertimento.

Ma l'opera vive precisamente nel momento della rivelazione.  Quando il pannello viene fatto scorrere verso l'alto, il significato precipita. Sotto la superficie rassicurante emerge una mina antiuomo semi-sepolta nella terra: improvvisamente il "jump zone" cambia natura semantica e si trasforma in una sentenza. I bambini non stanno saltando per gioco. Stanno saltando in aria.  La violenza dell'opera nasce da questo cortocircuito percettivo, da questa crudeltà linguistica che imita il funzionamento stesso della guerra contemporanea: il pericolo invisibile, silenzioso, disseminato nel paesaggio e destinato a sopravvivere ai conflitti.  La scelta tecnica è profondamente coerente con il contenuto. Il cartoncino volutamente strappato e incollato in modo approssimativo non rappresenta semplicemente una rovina estetica, ma diventa la traccia fisica del trauma. La lacerazione non è decorativa: è memoria materiale dell'esplosione, ferita aperta nella superficie dell'immagine. Anche il supporto ligneo, rigido e pesante, contribuisce a dare all'opera una dimensione quasi oggettuale, come se si trattasse di un reperto recuperato da un territorio devastato.  L'uso del meccanismo scorrevole introduce inoltre una riflessione sul ruolo dello spettatore. Chi osserva è costretto a compiere un'azione per scoprire la verità nascosta. In questo gesto semplice si concentra una responsabilità morale: vedere significa accettare di oltrepassare l'apparenza.  Il contrasto tra l'infanzia e l'ordigno bellico produce una tensione emotiva potentissima. Il bambino, simbolo universale di vulnerabilità e futuro, viene posto in relazione diretta con un oggetto progettato per mutilare corpi. La mina diventa metafora di tutte le eredità tossiche lasciate dalle guerre: dispositivi che continuano a uccidere anche quando il conflitto è terminato, trasformando il terreno in una trappola permanente per civili innocenti.

È un lavoro che parla di guerra senza rappresentare direttamente la guerra; parla dell'esplosione attraverso il silenzio che la precede. Ed è proprio in questo spazio sospeso, tra gioco e morte, innocenza e detonazione, che l'opera trova la sua dimensione più disturbante e più necessaria.

Mira    

AGAPE

Olio su cartoncino applicato su tavola in legno scorrevole

Anno 2001  -  Formato 120 x 120 cm

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Con Agape l'artista realizza un'opera in cui l'amore non viene rappresentato come uno stato di armonia raggiunta, ma come una forza fragile e necessaria, costretta a confrontarsi continuamente con le contraddizioni del mondo.

Il lavoro si presenta come un grande cuore anatomico composto da otto piastrelle mobili dipinte a olio. La struttura richiama il celebre gioco dello "spacca-quindici", ma il meccanismo ludico viene qui trasformato in una metafora etica e spirituale. Il cuore può essere ricomposto oppure frammentato; può apparire integro oppure perdere la propria forma fino a diventare un insieme di parti disordinate. L'amore, sembra suggerire l'artista, non è una condizione stabile ma una costruzione che richiede cura e ricostruzione continue.

Il soggetto richiama l'iconografia del Sacro Cuore, ma se ne distacca profondamente. Questo non è un cuore divino e perfetto: è un cuore umano, anatomico, vulnerabile. I ventricoli sono visibili, la carne sembra pulsare e sanguinare. Attorno ad esso si avvolge una corona di spine che, osservata attentamente, si rivela composta da una moltitudine di piccole svastiche. L'immagine trasforma il male storico, l'odio e l'intolleranza in una presenza che cerca costantemente di soffocare la capacità umana di amare.

La vera forza dell'opera emerge però nel rapporto tra il cuore e il fondo. Dietro le piastrelle compaiono parole come HATE, RACISM, INTOLERANCE, INDIFFERENCE, IGNORANCE, GREED, APATHY, FEAR e DEHUMANIZATION. Ogni volta che lo spettatore sposta un frammento del cuore per coprire una di queste ferite morali, ne scopre inevitabilmente un'altra.

L'opera rifiuta così qualsiasi idea di soluzione definitiva. Il bene non cancella il male una volta per tutte. Può soltanto intervenire, arginare, proteggere, sapendo che nuove ferite emergeranno altrove. L'amore universale evocato dal titolo non viene presentato come una forza trionfante, ma come un gesto incessante di responsabilità.

Anche il coinvolgimento dello spettatore è fondamentale. Muovendo le piastrelle egli diventa parte dell'opera e sperimenta concretamente il limite delle proprie possibilità. Ogni scelta produce un risultato positivo ma lascia inevitabilmente scoperta un'altra necessità. In questo senso Agape non è soltanto una rappresentazione dell'amore: è un'esperienza della sua difficoltà.

L'opera suggerisce infine una verità tanto semplice quanto profonda: forse non esiste un cuore abbastanza grande da coprire tutte le ferite del mondo, ma esiste la responsabilità di continuare a provarci. Ed è proprio in questa ostinazione che l'artista individua il significato più autentico dell'Agape.

Mira    

IF YOU ARE NOT PART OF THE SOLUTION YOU ARE PART OF THE PROBLEM

Olio su cartoncino applicato su tavola in legno scorrevole

Anno 2004  -  Formato 110 x 66 cm

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In quest'opera la parola non è soltanto linguaggio: è materia, peso ed equilibrio. L'artista costruisce un dispositivo visivo e meccanico in cui pace e guerra non vengono semplicemente rappresentate, ma continuamente generate e distrutte davanti agli occhi dello spettatore.

La struttura è composta da cinque pannelli mobili. Al centro si trova una piastrella quadrata recante una grande lettera "A", elemento cardine dell'intero sistema. La sua posizione determina il significato dell'opera: quando si trova in basso, insieme alle altre lettere compone la parola WAR; quando viene sollevata verso l'alto, contribuisce a formare la parola PEACE.

Il passaggio da una configurazione all'altra è semplice, ma il suo significato è profondo. La pace esiste soltanto finché qualcuno decide di sostenerla. Non appena la presa viene allentata, la piastrella ricade e la parola WAR si ricompone automaticamente. La guerra appare così come una forza gravitazionale sempre presente, pronta a riaffermarsi nel momento in cui l'impegno collettivo viene meno.

Le immagini dipinte sulle lettere amplificano ulteriormente questa riflessione.

 

Nella parola WAR compaiono riferimenti alla violenza, allo sfruttamento delle risorse, alle armi, alla fame e alle conseguenze sociali dei conflitti. Nella configurazione PEACE emergono invece simboli universali di cooperazione, solidarietà, comunicazione e aiuto reciproco.

Anche le due frasi nascoste sul fondo svolgono un ruolo essenziale. Quando appare WAR si legge:

"If you are not part of the solution you are part of the problem."

Quando invece emerge PEACE compare una seconda affermazione:

"If you are not part of the problem you have the problem."

Il messaggio si fa allora più complesso e meno rassicurante. L'opera suggerisce che nessuno possa considerarsi realmente estraneo alle conseguenze dei conflitti contemporanei. In un mondo interconnesso, le guerre, le crisi umanitarie e le ingiustizie non restano mai confinate entro i propri confini geografici.

La forza del lavoro risiede proprio nella sua dimensione partecipativa. Lo spettatore non osserva soltanto il rapporto tra pace e guerra, ma lo sperimenta fisicamente. Deve sostenere la pace con la propria mano, percependo concretamente quanto sia fragile e precario l'equilibrio che la mantiene in vita.

L'opera trasforma così un concetto politico e morale in esperienza diretta. La pace non viene presentata come un ideale astratto, ma come una responsabilità quotidiana che richiede attenzione continua. La guerra, al contrario, non esplode improvvisamente: attende semplicemente che qualcuno smetta di sostenere la pace.

Mira    

THE PARASITE

Olio su cartoncino applicato su tavola in legno scorrevole

Anno 2007  -  Formato 135 x 68 cm

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Con The Parasite l'artista affronta il tema del lavoro e dello sfruttamento attraverso una metafora semplice e immediata, radicata nel mondo naturale ma capace di estendersi ben oltre esso.

L'opera è costruita su due livelli sovrapposti. Sul pannello mobile in primo piano compaiono due mani anziane che sorreggono un piccolo raccolto di pere. La resa pittorica insiste sui dettagli della pelle, sulle pieghe, sulle deformazioni causate dagli anni e dalla fatica. Non sono mani anonime: sono la testimonianza visibile del lavoro, dell'esperienza e del tempo.

L'immagine iniziale trasmette un senso di autenticità e di dignità. Il frutto non appare come un semplice prodotto della natura, ma come il risultato di una relazione profonda tra l'essere umano e la terra. Le mani raccontano una storia di cura, impegno e pazienza molto prima ancora che lo spettatore ne comprenda il significato simbolico.

Come accade in molte opere dell'artista, il significato si rivela attraverso il movimento.

Quando il pannello scorre lateralmente, compare sul fondo una grande pera accanto alla figura ingrandita di un insetto parassita. L'immagine introduce improvvisamente una nuova lettura. Ciò che sembrava una scena dedicata al lavoro agricolo diventa una riflessione sulla distribuzione del valore prodotto dal lavoro stesso.

La scelta del parassita è particolarmente efficace perché non aggredisce direttamente il lavoratore. L'insetto si nutre del frutto. Colpisce il risultato del lavoro, non il gesto che lo ha generato. In questa differenza risiede il nucleo concettuale dell'opera. Il parassita diventa metafora di tutti quei meccanismi economici, sociali o umani che prosperano appropriandosi dei risultati del lavoro altrui senza partecipare allo sforzo necessario per produrli.

L'opera evita ogni riferimento diretto a categorie sociali o politiche specifiche. Proprio questa scelta le permette di mantenere una dimensione universale. Il parassita può rappresentare lo sfruttamento economico, la speculazione, l'intermediazione improduttiva, oppure qualsiasi relazione fondata sull'appropriazione del lavoro, del tempo o delle energie di qualcun altro.

Anche la composizione contribuisce a rafforzare questa lettura. Da una parte vi sono le mani, simbolo dell'azione concreta e della creazione di valore; dall'altra il parassita, figura silenziosa che compare soltanto dopo, come una presenza nascosta ma costante. Lo spettatore scopre così che dietro ogni frutto raccolto può celarsi una storia più complessa di quella che appare a prima vista.

The Parasite è un'opera che parla di lavoro senza rappresentare la fatica in modo drammatico e che affronta il tema dello sfruttamento senza ricorrere alla denuncia esplicita. Attraverso una metafora naturale e universale, l'artista invita a riflettere su una domanda semplice quanto attuale: chi raccoglie davvero i frutti del lavoro umano?

Mira

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